Intervista a Phil Marino – L’apocalisse sbarcò a Vespuccio – Cronache di uomini e bestie, e di bestie umane

Biografia

Phil è uno specialista in comunicazione integrata, nonché ghostwriter e copywriter. Al di là della sfera lavorativa, i suoi interessi ricadono sullo sport, i viaggi e l’arte. Partendo dalla lettura, passano per il cinema e arrivano fino alla musica. È un autore che non teme le emozioni. Ama osservare e ascoltare, conoscere e comprendere, pensare, percepire, vivere. E, ovviamente, anche scrivere. Se volete sapere di più su di lui, visitate il suo blog.

Descrizione dell’opera

La storia narrata è una satira, grottesca e iperbolica, della mentalità ristretta della gente di un paesino italiano qualsiasi. E riflette anche l’immagine sempre più distorta di un’intera Italia. Co-protagonista è il linguaggio stesso: ruvido, tagliente, carico, allegorico, colto ma in una dimensione “di strada”. Il protagonista del romanzo invece è Willy, italiano di nascita ma cresciuto negli USA, che torna in patria per la prima volta dopo vent’anni per il testamento dei genitori.

Stanco della situazione politica americana decide di fermarsi per alcuni mesi a Vespuccio (dove è nato). Sin dal primo istante riscontra una frattura tra l’immagine idilliaca che aveva in mente e la realtà di profonda crisi culturale e civile che vede attorno a sé. Willy incontra, uno dopo l’altro, personaggi paradossali e assurdi che riflettono una visione del mondo surreale, arretrata e superstiziosa: una visione tipicamente meridionale ma anche tutta italiana. A Vespuccio le sedute comunali avvengono nei bar, tra una bevuta e una partita a carte; i cittadini smaltiscono i propri rifiuti costruendo castelli di immondizia nelle campagne, si danno quotidianamente a un alcolismo senza freni. Ci sono maltrattamenti impuniti, regole patriarcali e scenate medievali. I sacerdoti sono considerati come re e i bambini come divinità.

Razionalismo, logica e senso civico sono completamente ribaltate, in favore di un’ignoranza stagnante. Quella di Willy è una lenta discesa nelle gole di un inferno di decadenza, nonsense e superficialità. Reale e surreale si fondono di capitolo in capitolo. Ispirandosi a tutte le assurdità delle quali è testimone, Willy scriverà un romanzo rendendo popolare un paesino fino ad allora sconosciuto. Come spesso accade la popolarità e l’eco mediatico trasformeranno il comportamento e l’auto-percezione degli individui che ne sono al centro, amplificando le contraddizioni e le crepe di un’intera società e generando rivoluzioni e contro-rivoluzioni di etica e valori, conducendole all’estremismo e poi a una vera e propria apocalisse!


Grazie Phil per la tua partecipazione. La tua biografia ha destato in me non poco interesse. L’idea di intervistare un ghostwriter apre le porte a tantissime domande utili per altri aspiranti autori. A tal proposito, direi di cominciare proprio dalla tua professione.

Come sei diventato ghostwriter? Questa attività ha avuto un ruolo nel farti diventare lo scrittore che sei oggi?

“Innanzitutto grazie a te per l’interesse e per l’intervista. Wow, partiamo con una domanda sicuramente interessante ma forse anche un po’ scomoda. Ma va benissimo così. La risposta più breve e diretta è: abbastanza per caso. Adesso la articolo, non preoccuparti. Lavorando già come addetto stampa, corporate blogger e social media manager mi trovavo per gran parte del tempo a scrivere per qualcun altro. Quando mi è arrivata la proposta di farlo ancor più lontano dai riflettori ma in un modo diverso e più incisivo, ho deciso di tuffarmi in questa nuova esperienza. Soprattutto per curiosità. E l’aura di segretezza che la cinematografia aveva dato al ruolo di ghostwriter lo rendeva ancor più stimolante. E io sono cinefilo fino al midollo. Les jeux sont faits. Poi le proposte sono aumentate di numero… e ho accettato anche quelle.

Questo lavoro è stato determinante nella spinta che mi ha dato per scrivere un romanzo. Ma non nel senso che immaginerai, presumo. L’intenzione e la pulsione creative di avventurarmi nella narrativa erano presenti in me da molto tempo, a dire il vero. Ma ero preda del famoso e malaugurato “blocco dello scrittore”, sebbene scrittore non lo fossi ancora.

Probabilmente scrivevo già troppo di mio a livello lavorativo in varie forme, oppure semplicemente non era ancora il momento giusto. So essere fatalista in alcuni momenti. Fatto sta che scrivere per conto di qualcun altro, dovendo ovviamente conformarmi al registro linguistico, al contesto di riferimento ed anche un pubblico di riferimento che non erano mai i miei… mi ha provocato non poca frustrazione alla lunga. E noia, tanta noia. Anche e soprattutto perché non erano nemmeno mie le idee che dovevo mettere nero su bianco e alle quali dovevo dare forma nel modo più elegante ed efficace possibile. Spesso questo includeva lunghi processi di ricerca, perché come purtroppo accade ci sono personaggi importanti che non sanno nemmeno ciò che dicono.

Non posso andare oltre questa banalissima – ma tristemente altrettanto reale – affermazione perché il ruolo di ghostwriter impone una lunga serie di restrizioni. Briglie, codici e regole delle quali sentivo l’esigenza di liberarmi. Così ho spezzato le catene e mi sono finalmente messo a scrivere. In maniera molto istintiva, come preda di una sorte di febbre. Che la vicenda sembri romanzata o meno, è andata esattamente così. Una liberazione. Scrivendo per me stesso ho potuto dare libero sfogo alla mia creatività, alle mie iperboli, all’umorismo acido, irriverente e pindarico che fa parte della mia indole. È in questo senso che il ruolo di ghostwriter mi ha aiutato a scrivere il mio primo romanzo. Piuttosto che scrivere nell’ombra e a nome di qualcun altro delle idee spesso poco interessanti, ho ripreso le redini della biga e l’ho guidata verso una critica aspra e necessaria della società moderna che sentivo di dover fare.”

Recentemente hai anche pubblicato il tuo primo romanzo, cosa ti ha spinto a scriverlo? Volevi comunicare un messaggio in particolare?

“Un insieme di esperienze e vicende che ho vissuto in prima persona, e che ho osservato da vicino, mi hanno spinto a scriverlo. O in maniera più diretta le impressioni e le emozioni che questi eventi hanno suscitato in me, mi hanno condotto alla necessità di mettere nero su bianco il modo cui hanno toccato la mia anima e la mia coscienza. Parliamo di circostanze in cui è emersa in maniera lampante e dolorosa uno stato di profonda crisi sociale e culturale in cui versa il nostro Paese.
Attraverso l’uso della fantasia, dell’iperbole e della risata amara ho riportato alla luce tanta della decadenza che attanaglia gli italiani, nella speranza di risvegliare qualche coscienza prendendola metaforicamente a schiaffi.”

Quali sono stati i passi che hai compiuto per arrivare a proporti a una casa editrice?

“Studiare, approfondire, capire. Questo è stato il mio approccio. Prima di inviare una copia del mio manoscritto a chicchessia ho voluto comprendere il mondo editoriale. Ho letto centinaia di pagine di forum, vademecum, riflessioni e considerazioni tanto di scrittori ed editori affermati quanto di autori sconosciutissimi. Ho ascoltato la voce di chi ce l’ha fatta e di chi invece non ci è riuscito. Prospettive differenti, esperienze differenti. Criticità diverse, ostacoli simili. Un mercato saturo e in affanno, e migliaia di aspiranti scrittori che lottano per emergere. È una giungla, un labirinto, una lotta. I numeri sono tutti a sfavore di un emergente comunque, perché ha davvero poche chance che la sua opera venga letta. A priori, perché tante C.E. snobbano gli esordienti. Poi bisogna anche riuscire ad “esser letti” dalle persone giuste, e questo complica anche la faccenda.

Infine – ammesso che si riesca a ottenere una proposta di pubblicazione – bisogna esser così fortunati da instaurare un rapporto sereno, collaborativo e onesto con la casa editrice con la quale ci si interfaccia. Altrimenti, per quel che ho potuto percepire, inizia una nuova via crucis. Ci sono persone alle quali interessa “essere pubblicati e basta”, non importa come, quando e perché. Nel mio caso non è stato così, perciò ho selezionato con estrema cura le case editrici alle quali ho sottoposto il mio romanzo. E ho rifiutato più di un’offerta prima di accettare quella della Brè Edizioni. Quando ho percepito che avrei messo la mia opera nelle mani giuste, allora mi son fermato e ho piantato il mio stendardo come un uomo finalmente giunto sulla Luna.”

Come hai gestito la stesura del testo? Hai creato una scaletta di partenza o hai scritto “di getto”?

“Di solito si fa così come hai detto tu. Così viene insegnato nelle scuole di scrittura, e allo stesso modo viene consigliato di fare da un buon numero di scrittori affermati. Consapevolmente, ma anche in maniera molto naturale, ho fatto il contrario. Si trattava di un romanzo liberatorio, catartico ma anche decisamente ribelle e anticonformista, perciò il processo di scrittura è stato alquanto anarchico e voluttuoso. Avevo un’idea di base – che poi si è anche radicalmente trasformata in corso d’opera – e un vulcano di riflessioni e sensazioni pronte ad esplodere. Ho porto loro un foglio (digitale) sul quale farlo, e lo hanno fatto. È stata una scrittura febbrile ed autarchica. Io stesso sono stato per certi versi spettatore e lettore della storia che stavo narrando. Tornando indietro con la memoria, devo dire che è stata un’avventura davvero interessante, sorprendente e anche divertente.”

Come hai capito che il tuo libro era “pronto” per essere inviato a una casa editrice?

“Bella domanda. Non l’ho propriamente capito. Forse l’ho sentito, l’ho percepito. Quali sono i parametri in base ai quali “si è pronti per una casa editrice”? Probabilmente non esistono. O quanto meno non possono essercene di standard. Dipende dalla C.E., dal manoscritto, dall’autore stesso. Forse. Non ho risposte certe quindi non fingo di saperne più di quante ne so. Posso solo dire che ero convinto della mia opera: l’ho letta e riletta e mi piaceva, era solida. Sono entrato in battaglia fiducioso dei miei mezzi insomma. Forse questo ha fatto la differenza. O forse no. Bisognerebbe chiederlo all’editore, hahaha.”

I personaggi che hai creato riportano aspetti del tuo carattere? Credi rappresentino una parte di te?

“Un’altra domanda interessante. Non rispecchiano me direttamente, né quanto a tratti caratteriali né tantomeno fisici o anagrafici. Non c’è alcun Phil sotto mentite spoglie nella storia che ho scritto. Eppure ne è pregna in ogni frase. Di mio ci sono l’approccio alla realtà, la visione delle vicende umane, lo sconcerto e la rabbia di fronte a tante ingiustizie sociali e all’ignoranza che stanno divorando un intero popolo.

Piuttosto che scrivere di me ho rievocato tante delle mie esperienze e vicissitudini. Alcune delle più grottesche, assurde, dolorose o fastidiose. E anche alcune tra le più divertenti, ovviamente. Sono tutte edulcorate, esagerate, camuffate, stravolte… ma sono tutte ancorate ad eventi e personaggi che ho visto o conosciuto per davvero. Ho vissuto un po’ a tutte le latitudini d’Italia, da nord a sud, principalmente in città ma anche in paesini di provincia. I miei personaggi sono tutte maschere di un Paese intero in crisi identitaria, culturale, morale, civile. Nella sublimazione di un racconto di fantasia ma ancorato al reale, ho cercato di trasformare il fastidio in uno stimolo a reagire al torpore, e il cinismo e la rabbia in desiderio di tornare ad essere sempre meno bestie umane e sempre più esseri umani.”

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